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Barbaresco, la leggiadria del nebbiolo

  • Barbaresco, la leggiadria del nebbiolo

Storia e Origini del Barbaresco

Spesso citato a fianco del Barolo, quasi ne fosse un fratello minore, il Barbaresco merita oggi la considerazione degna dei migliori vini italiani (e mondiali). Per il Barolo fu la classe nobiliare e politica di metà ‘800 a dettarne la diffusione e la fortuna, mentre Barbaresco sviluppava parallelamente la sua viticoltura, storicamente perpetrata da secoli. Ma si data nel 1870 la prima etichetta di Barbaresco, di cui si conserva ancora una bottiglia presso Cascina Drago, storica cantina in San Rocco Seno d’Elvio. Ma la svolta avviene nel 1894 grazie a Domizio Cavazza, rettore della Scuola Enologica di Alba, che acquista il Castello di Barbaresco ed alcuni vigneti adiacenti, per poi fondare nello stesso anno, insieme a diversi vignaioli della zona, le Cantine Sociali di Barbaresco, antesignane dell’odierna Produttori del Barbaresco. Cavazza si prodigò per la buona riuscita dei vini in cantina e, contemporaneamente, della promozione commerciale, diffondendo il nome del Barbaresco ed elevandone la fama a livelli paragonabili col Barolo. Purtroppo la sua morte prematura nel 1912 segna una brusca frenata per la storia del Barbaresco, e dieci anni dopo le Cantine Sociali di Barbaresco sono costrette a chiudere. Anche se la viticoltura non verrà persa, la spinta produttiva cederà il passo, complici gli anni bui del ventennio fascista. E’ in questa fase che i commercianti di Alba faranno incetta di uve nebbiolo per i loro Barolo, dato che non vi erano leggi pari alle odierne a limitare le provenienze delle uve per le diverse denominazioni.

Anche la ripresa del dopoguerra è lenta ed appannaggio quasi esclusivo del Barolo, che continua ad essere vino di lusso, mentre bisogna attendere il 1958 per vedere la nascita della Produttori del Barbaresco, che si concentra sulla lavorazione di sole uve nebbiolo dei soci, valorizzando le declinazioni di queste uve nel Barbaresco.


Nel 1961 è Gaja a dedicarsi unicamente alle uve di proprietà, puntando quindi sul Barbaresco, che con l’alacre lavoro di diffusione nel mondo, si eleva finalmente al rango di vino di fama globalmente riconosciuta. Cinque anni dopo arriva il riconoscimento della DOC, nel ’67 le prime etichette con indicazione dei vigneti, e nell’80 la conversione a DOCG. E’ del 1997 la zonazione ufficiale, con la mappatura delle sottozone del Barbaresco, oggi note come MGA(menzioni geografiche aggiuntive).

C’è da ricordare che solo negli anni ’70 e ’80 la produzione si indirizza verso la vinificazione parcellare, ovvero di vigne delimitate da particolari condizioni pedoclimatiche (suoli, esposizione, altitudine, pendenze, etc.). Prima si prediligeva invece la vinificazione di masse di uva provenienti da più vigneti, ottenendo anche più omogeneità di annata in annata, ma senza valorizzare le peculiarità di quelli che oggi sono considerati veri “cru”.

Produzione e tipologie di Barbaresco

Barbaresco le altitudini delle aree vitate a Nebbiolo da Barbaresco sono mediamente tra i 180 e i 300 mslm, ma le diverse zone beneficiano di microclimi e suoli diversi, a seconda della vicinanza del fiume Tanaro, che porta umidità e suoli più ricchi in sedimenti. Le MGA più distanti da esso emergono per maggiore austerità, mineralità, potenza, anche in virtù spesso di pendenze più ripide ed esposizioni ottimali (sud e sud-est) per favorire la maturazione di questo difficile vitigno tardivo.

Le vigne sono coltivate quasi esclusivamente a guyot basso, monolaterale, con 8-12 gemme per ceppo, con densità medie tra 3500 3 4500 ceppi/ettaro, valori non proprio elevati, proprio a causa della lunghezza dei tralci orizzontali, vincolati al largo interasse tra le gemme e alla loro bassa fertilità basale. I filari sono orientati lungo le linee di livello delle colline, a girapoggio, salvo poche rare eccezioni, come le vigne di Gaja, disposte a rittochino. I terreni sono prevalentemente argillosi, di varia natura, con inserzioni sedimentarie e poggiati su un substrato di rocce tufacee, situazione che si traduce in rischi di smottamenti e dilavamenti dei clivi in situazioni di lunghe ed intense piogge.

L’areale iscritto alla denominazione consta di 4 comuni, oltre a Barbaresco, che le dà il nome, NeiveTreiso e San Rocco Seno d’Elvio, una frazione di Alba che geograficamente si può considerare contigua e affine a Treiso.

Le zone di Treiso producono vini tendenzialmente più nervosi e sottili, che possono diventare rustici o estremamente eleganti, a seconda della capacità di chi li lavora, nonché per via delle annate.

Ciò è dovuto ad altitudini medie più alte che a Barbaresco (dove troviamo vini più tannici e carnosi) e sorì maggiormente esposti ai venti, anche freddi, che avvicinano le condizioni climatiche a quelle dell’Alta Langa. A Treiso i migliori appezzamenti si dispongono quindi a mezza costa, e non nella fascia più alta delle colline, proprio per via di questa eccessiva esposizione, e le vigne migliori sono quelle con esposizione sud e sud-ovest.

Le differenze tra i comuni della denominazione si leggono anche in termini quantitativi. Barbaresco è l’area più ridotta, circa 760 ha, ma di cui 334 vitati, e oltre i due terzi (240 ha) occupati a nebbiolo da Barbaresco, che si può qui classificare con ben 25 menzioni aggiuntive.

Sommando Treiso e S.Rocco complessivamente le vigne impegnano 530 ha, ma solo 244 sono a nebbiolo, con 20 sottomenzioni.

Ampia l’area vitata di Neive, ben 1000 ha, di cui però solo un quarto a nebbiolo, mentre aumenta la presenza di moscati.

Per quanto riguarda i terreni, quello di Treiso è costituito principalmente dalla Formazione di Lequio, consistente in substrati di arenarie con inserzioni di marne siltose grigie; in pratica terreni più magri e rocciosi rispetto a quelli di Barbaresco e parte di Neive, dove predomina la Matrice di Marna di Sant’Agata Fossili, composta da marne argillose e sedimentarie, di epoca Tortoniana.

Il territorio di Treiso si divide idealmente in due settori: quello settentrionale, meglio esposto e più affine a Barbaresco, e quello meridionale, che presenta esposizioni peggiori e clima più fresco e ventilato, e di fatto si presta maggiormente alla coltivazione di vitigni “meno nobili” e noccioleti.

Il comune di Neive vanta 250 ha coltivati a nebbiolo da Barbaresco e 42 cantine sulle 107 totali della DOCG. È un territorio ampio che conta 20 menzioni geografiche con caratteristiche che a nord si avvicinano a quelle dei cru di Barbaresco, nella zona sud ammiccano al Monferrato, cosa che fa prediligere la coltivazione di Moscato e Barbera, più adatti alle peculiarità pedoclimatiche. Da ricordare che inizialmente Neive era esclusa dalla denominazione del Barbaresco, proprio perché considerata storicamente come zona meno vocata. Oggi c’è da dare ragione a chi l’ha voluta nel comprensorio della DOCG, e per farlo basta andare a curiosare tra i suoi Cru più prestigiosi, capaci di giocarsela alla pari con tante sottozone di Barbaresco e Treiso.

Oggi il disciplinare prevede che il vino Barbaresco sia ottenuto da uve nebbiolo al 100%, da vigneti classificati a nebbiolo da Barbaresco. La produzione massima consentita per ettaro è di 80 quintali di uva (72 per le MGA, a scendere fino a 43 con vigne sotto i 7 anni), pari a 56 ettolitri, con bonus del 20% nelle annate positive. Resa uva/vino 70% (68% per le MGA). Il grado alcolico minimo naturale è di 12%, 12.5% per MGA e VIGNA.

Invecchiamento minimo di 26 mesi a decorrere dal 1 novembre della vendemmia, dei quali minimo 9 in legno. I mesi diventano 50 per la Riserva, restando 9 il minimo in legno. In commercio dal 1° gennaio del 3° anno successivo alla vendemmia (5° per la Riserva)

I Cru più significativi di Barbaresco (25 MGA)

Rabaja . famoso e pregiato cru, piuttosto ampio, disposto su un anfiteatro che parte dalle propaggini del paese per arrivare fino agli Asili, nella sua continuazione, e porsi sopra la Martinenga. Terreni principalmente composti da marne chiare, di epoca tortoniana, ed esposizione ideale, con coste tutte rivolte a sud e sud-ovest, fra i 250 e i 320 metri di quota. Origina Barbaresco tra i più completi, sintesi di struttura, eleganza, longevità e ampiezza espressiva.

Bricco Asili: il Cru forse più blasonato, di circa 14 ha. Regala vini profondi e longevi, di rara finezza ed eleganza, generalmente più austeri in gioventù. Posizionato tra Rabaja e la Martinenga, con un’esposizione che varia da sud a ovest. Esce per la prima volta in etichetta nel 1971 ad opera della Produttori del Barbaresco.

Martinenga: bellissimo vigneto a forma di anfiteatro, posto tra i 220 e 280 metri, sottostante alla costa di Rabajà, esposto tutto a sud ovest, fornisce vini leggermente più sottili. Oggi di proprietà esclusiva dei Marchesi Cisa Asinari de Gresy, che vinifica anche separatamente i suoi vigneti più vecchie e celebri, Camp Gros e Gaiun. Le loro versioni sono spesso austere e da attendere negli anni, con buon equilibrio tra materia ed eleganza.

Pora. Pora presenta suoli di marne calcaree e sabbia, abbastanza sciolti e profondi, che regalano vini tendenzialmente molto disponibili, dai tannini levigati.

Pajé. La zona di Pajè è vicina al fiume, analoga a Pora, e dà vini solitamente pronti in breve tempo. Ancor più in annate calde (2009, 2011, 2012) dove ha prodotto vini docili ricchi nel frutto, morbidi nel tannino.

Rio Sordo. Zona posta in fronte agli Asili, nella fascia centrale dell’area. Capace di regalare profili olfattivi dai tratti balsamici, con tannini consistenti e incisivi, e vini di carattere.

Ovello. Da una delle menzioni più ampie (78 ha) e capace di offrire vini più docili e disponibili nel breve periodo, con tannini dolci e buona armonia aromatica, coniugando frutto rosso e fiore scuro.

Munca Göta. Cru di circa 12 ettari, tra Rabaja e Asili. Riesce ad esibire generalmente doti di muscolarità e di carattere, con potenza e austerità, al netto delle annate ovviamente.

Monte Fico. Un’area di appena 8 ha, che gioca di finezze e verticalità, con vini austeri in gioventù ma potenti e di tannino fine, caratteristica comune a tutti i vigneti della fascia orientale. Buon equilibrio tra finezza e potenza, con buona propensione all’evoluzione e tratti facilmente speziati.

Monte Stefano . è un Cru di circa 10 ha, esposto quasi completamente a Sud, vera fornace estiva, con ottime escursioni termiche notte-giorno; produce Barbaresco di struttura, muscolari e “baroleggianti”, con belle articolazioni olfattive spesso segnate da note nocciolate.

Roncagliette: valorizzato da Angelo Gaja con le note etichette Sorì Tildin e Costa Russi

Secondine: sottozona non delle più note forse, ma vi appartiene il celebre “Sori San Lorenzo”, un’altra bandiera storica di Gaja.

I Cru più significativi di Treiso (20 MGA, + 1 a San Rocco Seno d’Elvio)

Rizzi: uno dei vigneti più spettacolari ed ampi del comune, posto a mezzacosta (220-310 mslm circa), lungo la strada Pertinace-Treiso, con esposizioni differenti, in prevalenza a Sud, Sud-Ovest, posto su terreni di marne calcareo-argillose, con venature sabbiose. Valorizzato particolarmente dal Barbaresco dell’omonima azienda Rizzi, della famiglia Della Piana.

Nervo. Sottozona di 21 ha, dislocati fra i 230 e i 360 metri, con vigne esposte tutte verso sud. Un perfetto anfiteatro naturale dove storicamente si coltivano anche buone espressioni di dolcetto. Quasi in accordo col proprio nome, produce Barbaresco dalla tempra nervosa e scalpitante, con acidità protagonista e tannini incisivi, con buona longevità.

Pajorè: uno dei cru più prestigiosi, posizionato tra i 210 ed i 340 mslm, con ben 42 ettari, ma solo 2 sono imbottigliati con la menzione Pajorè, perchè il restante è prevalentemente di Gaja, che non lo vinifica in purezza. Il vigneto è al confine con la parte sud del comune di Barbaresco, con esposizioni prevalenti a sud e terreni marnosi particolarmente poveri, che spingono i vini a maturare doti di complessità e profondità, con consistenza tannica e trama minerale in evidenza.

Vallegrande: disposto tra i 270 ed i 400 mslm, capace di dare vini abbastanza carnosi ma di non lunghissimo orizzonte.

Bricco di Treiso: fazzoletto di 30 ha disposto nella fascia alta del crinale del Nervo, a quote fra 340 e 405 metri.

Valeirano: Cru tra i più ristretti, con 21 ha totali, esteso dai 240 agli oltre 400 metri di quota; riesce a tradurre al calice spiccata mineralità e buone doti di completezza.

Rombone: menzione estesa su una fascia ampia, di circa 47 ettari, tra i 190 ed i 315 m, ma di cui solo pochi ben esposti, con faccia a sud e sud-ovest, capace di dare vini potenti e austeri, “ingrassati” dai sottosuoli marnosi e dal climat più riparato dai venti.

I Cru più significativi di Neive (20 MGA)

Nel territorio di Neive si possono scindere tre macrozone principali:

  • Nord: con Albesani e Gallina, confinanti e affini alla zona di Barbaresco. Il primo presenta terreni molto ben esposti nella fascia centrale, e nelle buone annate regala completezza in termini di profumi e profondità gustativa, il secondo è piuttosto ampio (52 ha) e nelle vigne meglio esposte dà vita a ottimi esemplari.
  • Ovest: con Currà, zona bassa di buona mineralità, veloce evoluzione e sottigliezza tannica, Cottà, più irruento e incostante anche a causa di terreni con esposizioni molto variabili, e Basarin, zona ampia, che produce vini tendenzialmente più freddi e austeri, ed è famosa anche per l’ottimo Dolcetto di Giacosa di casa in questa zona.
  • Est: con Serraboella, la zona più elevata della DOCG, caratterizzata da terreni grigi, tufacei e compatti, che portano a Barbareschi simili a Barolo, mentre Bricco di Neive ha terreni più sciolti, che si traducono in vini dai tannini più scoperti, sostenuti da minor “carne” e quindi più ruvidi, specie in gioventù.

Cottà: menzione ai confini di Barbaresco, molto soleggiata solo nei pendii migliori, ma con terreni sciolti, che generano tannini in rilievo, spesso leggermente terrosi, specie in annate più fresche dove rischia di restare scoperto dal sostegno della materia.

Currà. Cru di poco meno di 23 ha, confinante con Cottà, posto tra i 220 ed i 300 mslm, con esposizione prevalente a sud-ovest. Toni speziati e floreale e buon calore e tannino vigoroso ne caratterizzano il profilo.

Basarin: quasi ai confini della denominazione, in un vigneto a cavallo del crinale che guarda il Monferrato, su terreni marnosi ricchi in argilla, esposti a sud/sud-est.

Albesani – Santo Stefano. Frutto di una magnifica vigna esposta a sud, all’interno di un Cru speciale, considerato “tutto filetto”. La vigna Santo Stefano, piuttosto bassa (200-250 m) e coperta dai venti, offre tutta la ricchezza dei suoi terreni, rimasti a gerbido (incolti) per circa 150 anni, prima di tornare ad essere vitati circa 60 anni fa, e con ottimi risultati. Eleganza, equilibrio e finezza.

Albesani Borgese. Vigneto particolare nel pregiato cru Albesani. Interessante la particolarità offerta da Piero Busso, che va oltre le convenzioni. I suoi vigneti, posti a 320 mslm, vantano un’età dai 25 ai 50 anni, e una densità di circa 6000 ceppi/ha, pari a quasi il doppio di quella che è la media per i vigneti a Nebbiolo.

Gallina: pregiato vigneto piuttosto vasto, non lontano dal paese di Neive, con altitudine tra 200 e 250 metri, di cui solo le fette migliori godono però delle migliori esposizioni. Bruno Giacosa e la Cantina del Parroco di Neive l’hanno valorizzato in etichetta, ed oggi grandi interpreti ne sono Castello di Neive e La Spinetta.

Serraboella: cru orientale ed elevato, con terreni ricchi e marnosi, che producono vini potenti e tannici, ma innervati di freschezza, anche austeri nelle annate più classiche.


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