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LA DEGUSTAZIONE IMMAGINATIVA Di Francesco Falcone

  • LA DEGUSTAZIONE  IMMAGINATIVA     Di Francesco Falcone

Che cosa significa degustare un vino?


Grossomodo significa conoscerlo attraverso un percorso che porterà l’assaggiatore a guardare, annusare e gustare un po’ di liquido in un calice. In seconda battuta, degustare significa pensarlo quel vino, parlarne, metterlo in contatto con altri vini, riflettere sulle sue qualità e su quelle del suo terroir.

 

Alla valutazione finale, più o meno credibile a seconda del valore di chi degusta, si può arrivare in due modi: con un protocollo sensoriale ortodosso (degustazione tecnica), che suggerisce una prassi e un linguaggio tecnici condivisi dagli addetti ai lavori, oppure con un approccio meno scolastico e un’interpretazione per così dire più creativa (degustazione immaginativa).

 

Tra i due metodi corrono differenze sensibili: il primo conduce a un approdo schematico, prevedibile e spesso autoreferenziale (benché efficace per alcuni); il secondo si affida alla personalità del degustatore, che valuterà il vino con un di più di trasporto personale. Io prediligo da sempre la seconda opzione.

 

La degustazione immaginativa non si occupa di un vino in modo diretto, ma gli si pone accanto; non arriva dritta al bersaglio grosso, ma tocca alcuni punti ad esso vicini.

 

La degustazione immaginativa racconta il vino in modo obliquo, indiretto; gli gira intorno, valorizzando le sue potenzialità evocative.

 

La degustazione immaginativa concede - a chi ascolta - lo spazio per arrivare alla comprensione del liquido, lasciando all’interlocutore il tempo e il passo dell’analisi finale.

 

La degustazione immaginativa non è il fine (passivo) di un’attività, ma il risultato (attivo) di una conquista personale.

 

La degustazione immaginativa è tanto più individuale nell’approccio quanto più universal e pedagogica nel risultato finale, perché stimola l’iniziativa, l’autonomia e l’indipendenza del degustatore (e di chi lo ascolta).

 

La degustazione immaginativa è un utile strumento narrativo, perché apre all’altro e lascia a chiunque lo spazio per entrare in un mondo altrimenti selettivo.

 

La degustazione immaginativa non mette confini, ma allude a qualcosa che va la disciplina, arrivando al cuore di chi ascolta.

 

La degustazione immaginativa è creativa, si addice al dialogo, alla discussione, alla riflessione e perfino alla poesia, che per definizione è atto creativo (la parola greca poién, da cui poesia, vuole dire creare).

 

Ben altra cosa è la degustazione tecnica, che stabilisce un contorno rigido, fissando un limite oltre il quale non è lecito andare.

 

La degustazione tecnica è una diagnosi, una sentenza; richiama l’esattezza, la definizione; si addice al linguaggio burocratico e scientifico, e lascia poco spazio per altro da dire. La degustazione tecnica non suggerisce un dialogo, imponendo un monologo mascherato.

Mentre la degustazione immaginativa apre al non detto o all’indicibile, la degustazione tecnica non tollera pensieri inattesi.

 

Se la degustazione immaginativa permette al degustatore e a chi lo ascolta di intendere più profondamente un vino (secondo la propria libertà interpretativa), la degustazione tecnica si sostituisce alla comprensione attiva dell’altro.

 

Laddove la degustazione immaginativa include e genera riflessioni, la degustazione tecnica esclude e riduce spesso la pratica dell’assaggio a un modulo da compilare.

 

La degustazione immaginativa permette al degustatore di volare oltre il suo ruolo più stringente, mentre la degustazione tecnica impone un ordine, costringe e imprigiona in uno schema.

 

Alla degustazione immaginativa corrisponde la filosofia del viaggio quando la meta non è prestabilitail vagare nomade, la raccolta frugale, il tempo gratuito della festa, l’architettura creativa, lo sguardo rivolto al cielo per madarle un bacio da lontano, massaggiarle i piedi con un Clos d’Ambonnay 1998 nel pieno di un’estate bollente.

 

Alla degustazione tecnica invece si addice la vita ben programmata, il fastidio per l’incertezza o la sorpresa, la giornata scandita dall’orologio, il tempo che è denaro, il sesso ordinario, il pranzo a mezzogiorno, la cena alle sette, la routine senza via di fuga.

 

La degustazione tecnica non mi piace perché alza ponti levatoi intorno ai concetti e alle idee; perché induce a popolare di muri e di numeri la nostra mente di assaggiatori.

 

Io prediligo la degustazione immaginativa perché implica un atto plurale e libero, si apre alla complicità e alla conversazione, a un versare insieme, e insieme bere, vivere, sognare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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