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Una passeggiata di assaggi in Campania ( oldies ma non solo ). Di Duccio Armenio Evento Sommelierdellasera

  • Una passeggiata di assaggi in Campania ( oldies ma non solo ). Di Duccio Armenio Evento Sommelierdellasera

Ben lungi dal voler offrire un panorama completo, questa volta il nostro gruppo di amici si è comunque voluto cimentare con un “galassia enoica” regionale – quella dei bianchi della Campania - già da un po’ al centro dell’attenzione degli appassionati, provando ancora una volta ad accettare la “sfida del tempo”, che peraltro in giro sembra praticata poco o in maniera isolata. anche per il successo non troppo risalente nel tempo di questi vini.


Dalla nostra siamo riusciti a mettere insieme un cospicuo numero di vini con più di qualche anno sulle spalle (in media una decina d’anni, con alcune bottiglie più giovani e altre oltre il decennio) ma anche alcuni intrusi di fresca uscita, giusto a confondere le acque. Saltiamo i preamboli introduttivi (zone, vitigni, storia di cui abbiamo comunque parlato) e andiamo a vedere cosa è successo nel calice.

FIANO

Un campione l’abbiamo trovato subito, il Cupo 2007 di Pietracupa (13 anni), all’epoca imbottigliato come IGT. Un vino magnifico, equilibrato e complesso, ricco di dettagli – con frutta quasi assente ma ricco di altre suggestioni, dalle note iodate e salmastre alla pietra focaia, dai cenni di nocciola tostata alle note di erbe aromatiche secche. Un vino austero, ricco e complesso sorretto ancora da un’ottima freschezza e da una lunga sapidità ben modulata, che ha strappato senza se e senza ma il titolo di “best of”: un paradigma per tutti gli altri. Uno sviluppo evolutivo molto buono anche per il Fiano di 2010 di Guido Marsella, su toni simili ma un po’ meno complesso e, per alcuni, con un finale troppo incisivo e sapido, quasi amaro, che ne ha compromesso la lunghezza…ma sempre un gran bel bere! Molto bene espressi, con una presenza fruttata più evidente, l’Alimata 2011 di Villa Raiano, che spunta il titolo di vino più corposo ed estrattivo della categoria, con uno sviluppo in bocca davvero imperioso, e il Fiano 2011 di Benito Ferrara, più agile e fresco, molto più giovane all’apparenza, con una bevibilità da manuale e una lunghezza assolutamente convincente. Sulla linea delle sottigliezza espressiva abbiamo trovato il Fiano 2014 di Ciro Picariello, un vino che ci è apparso tra i meno ricchi di spessore in bocca, tutto giocato sulla verticalità e sulla salinità che non dava spazio a molto altro: forse stappato troppo presto? Sicuramente giovanissimo e buonissimo, molto più concessivo e ben modulato tra frutto e sapidità minerale Rocca del Principe 2014 che preannuncia una gran bella evoluzione. Nella mischia, anche il giovanissimo Le Giade 2018 di Vinosia, senz’altro buono, ma un po’ semplice e “didattico”; all’assaggio abbiamo avuto l’impressione di un vino ben fatto ma piuttosto delimitato nello sviluppo e – solo il tempo però potrà confermarlo – con minori margini di evoluzione.

Di certo, una cosa ci è apparsa chiara: praticamente nessuna delle bottiglie assaggiate ci ha riportato all’assaggio le sensazioni decisamente più morbide e rotonde di altri Fiano (e di altri produttori).


GRECO

Dal Greco aspettavamo espressioni olfattive più chiuse e indecifrabili, mentre in bocca tanta decisione perentoria, quasi prossimo alla scontrosità…beh, così è stato ma il carattere varietale nulla ha tolto alla bontà dei nostri campioni, tutti buonissimi, a partire dal Greco di Tufo 2008 di Pietracupa che – su un piano puramente evolutivo – ha però “preso paga” rispetto Fiano del medesimo produttore. Il vino è senz’altro più terziarizzato (le note di mele cotogna e una chiusura appena amara sono state eloquenti) ma comunque ancora con un equilibrio gustativo assolutamente ammirevole per i suoi 12 anni. Il Contrada Marotta 2011 Villa Raiano ci conferma che la mano aziendale è decisamente estrattiva: il vino un volume di bocca quasi da rosso, salinità imperiosa e lunghezza da cronometro; piacerà a chi vuole tutta la sostanza che questo vitigno sa esprimere (e a tavole, con le carni bianche in intingolo, questo è un vino che farà divertire molti buongustai). All’opposto, l’Alexandros 2011 di Colli di Lapio si è rivelato molto aggraziato e gentile: chiariamoci, sempre un Greco, ma più integrato e meno aggressivo, sicuramente meno estrattivo e anche un po’ più aperto al naso ove fiori e frutta bianca (pesca soprattutto) avevano chiari segni di riconoscibilità. Nel mezzo, tra la potenza del primo e la leggiadria del secondo, il grande Vigna Cicogna 2011 di Benito Ferrara che conferma la sua cifra stilistica di grande bilanciamento: naso sottile e floreale con note salmastre, bocca ben modulata ove  le componenti morbide non sono sopraffate dalle predominanti note sapide, accompagnate da una freschezza carezzevole. L’Ariella 2018 di Vinosia ci ha riportato a considerazioni già svolte per il Fiano dello stesso produttore; vino fatto bene, ma non troppo espressivo che – di nuovo – lascia il dubbio se sia stato aperto troppo presto o se, come vien da pensare, abbia di suo un profilo più immediato e semplice.

COSTIERA AMALFITANA

Solo due vni, ma due campioni entrambi di Marisa Cuomo: il Furore Bianco 2009 (Falanghina e Bincolella) e il Fiorduva 2007 (blend di rare uve locali). Due grandissimi vini la cui cifra stilistica è la completezza: vini morbidi ma non seduti, dinamici in bocca e complessi nello sviluppo aromatico e gustativo: dai fiori bianchi e gialli alla frutta (pesca, albicocca, melone), dai ricordi di sale dolce a cenni appena  melliflui, ma senza alcun cedimento. Tutto dettagliato, tutto suggerito, nessuna nota esorbitante fuori registro, pienezza e soddisfazione all’assaggio assicurata…e che durata! Meravigliosi, con un plus di complessità per il Fiorduva.

PALAGRELLO BIANCO

Prova a corrente alternata per i due casertani che propongono un vitigno quasi esclusivamente presente in quest’area. Ale.Pa. 2012 purtroppo è stato compromesso da una evidente riduzione, mentre il 2012 di Vestini Campignano  (azienda che da sempre ha puntato su questa cultivar) è risultato meglio espresso, sottile al naso nel suo mix floreale/salmastro e piacevole in bocca, anche se un po’ slegato nel finale ove la chiusura appena  rustica e amara era un po’ perentoria.

FALANGHINE

Le due Falanghine Flegree, enrtambe di Agnanum, sono risultate splendide. Il “base” 2012  è  un vino delicato e gentile ma con una sua distintiva personalità. Apre con riconoscimenti fruttati di mela e di pesca, di erbe aromatiche e cenni iodati che si ritrovano in bocca in una veste leggera ma non diafana, di grande e carezzevole beva. Magnifica la Riserva Raffaele Moccia 2014 che ripropone, elevati a potenza, gli stessi riconoscimenti arricchiti da maggiore struttura, complessità e avvolgenza (è una vendemmia tardiva) ma sorretti da una freschezza integrata ma abbondante che fa presagire un lungo sviluppo a venire. Nessun cedimento zuccherino, sia inteso.

Decisamente territoriali le due Falanghine del Tabuorno: Fontanavecchia 2016 è un bel vino fruttato ed equilibrato, decisamente gourmand e versatile a tavola: il bianco di cui tutti vorremmo bere senza pensieri ma anche senza banalità. Il Cesco dell’Eremo 2009 della Cantina del Taburno ha chiuso con i fuochi d’artificio finali: una Falanghina straordinaria, ricca e corposa con un attacco di frutta esotica matura - ma asciutta, niente dolcezze ruffiane - meravigliosamente equilibrata nella freschezza e nella lunga scia saporita in cui tutta l’esoticità fruttata tornava a ondate. Alla cieca, più di qualcuno avrebbe potuto pensare ad un Alsace Pinot Gris di quelli buoni. 


Edoardo Duccio Armenio



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