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CHAMPAGNE: LE CONSEGUENZE DELLA LUCE Di Francesco Falcone

  • CHAMPAGNE: LE CONSEGUENZE DELLA LUCE  Di Francesco Falcone

Dice Paolo Coelho che chi desidera vedere l'arcobaleno deve imparare ad amare la pioggia.

Capita pressapoco così con lo Champagne: se vuoi ammirare la portata del suo terroir, se vuoi annusare gli umori atlantici di quei luoghi, se vuoi goderti appieno l’amplesso del suo sorso salino, allora devi imparare ad andare oltre i primi istanti, oltre le moine della carbonica, le lusinghe del dosaggio, la banalità dei lieviti, la prevedibilità di un’acidità razzente.


Se vuoi raccogliere le sue informazioni, se vuoi capire i suoi sapori e i suoi colori, se vuoi comprendere la grandezza di un liquido aristocratico che ama sporcarsi le mani, se vuoi perfino emozionarti, ecco, allora devi  superare quel primo strato di pelle, devi scavalcare le apparenze, devi aspettare che smetta di piovere.


Dopodiché sarà luce. La luce è elemento seminale dello Champagne, ingrediente che regala gusto, freschezza, slancio, energia, mineralità. Luce che da quelle parti è onnipresente in numerose variazioni territoriali, perché la luce dell’Aube non è  quella della Marna; la luce di Cramant non è quella di Cumières, e così via.

 

La luce timida che splende nel cielo di Champagne è quella prepotente che vibra nel calice di Champagne. Lo scarto è figlio della tecnica e degli essere umani, custodi di un miracolo enologico, a dimostrazione che la luce delle persone conta quanto quella della natura; che le innumerevoli gradazioni di sentimenti di cui da sempre sono vissuti i più colti vignaioli champenois, sono patrimonio dell’umanità al pari di vigneti e cantine.

 


Per godersi appieno le conseguenze della luce, occorre però arrendersi alla duplicità di un liquido ingannevole, fatto di pungente superficialità e di energia abissale; fragile sul piano fisico, ma di carattere inarginabile; capace di dominare la mente, non il fisico.

 

Occorre pure accettare che si tratta di un vino acrobatico, alla perenne ricerca dell’imprevedibilità; basculante, intertipologico e talvolta sovratipologico. Vino che oscilla di qua e di là, un po’ in cielo e un po’ in terra. E tanto nella nostra immaginazione.

 

Sì, perché pochi altri vini al mondo stimolano i sensi e scomodano i pensieri quanto gli Champagne: in tal senso sono anche vini artistici, sociali, mondani, intellettuali, emozionali.

 

Una parte cospicua della loro distinzione va dunque ben oltre il liquido stesso: si tratta di personalità, di magnetismo, di charme, di formidabile capacità attrattiva.

 

L’attrazione nasce anche dalla sua unicità, perché ogni calice di buon Champagne non fa che ribadire la complessità, la ricchezza e la singolarità di un metodo, di un territorio, di una storia, di una geografia e di una struttura sociale (come pure antropologica, economica, finanziaria e commerciale) che sono credibili solo lì, nonostante si spumantizzi ovunque nel pianeta.

 

Come in tutte le zone enologiche di successo, vi sono milioni e milioni di bottiglie da evitare, ma la Champagne rimane, oggi più che mai, un formidabile caso di alta qualità media.

 

La regione è tanto isolata quanto dinamica, animata da fermenti che ne rinnovano continuamente cultura e mito. E se su due piedi appare una denominazione troppo fedele a sé stessa, a uno sguardo più attento è tangibile la sua capacità di evolvere, adeguandosi ai tempi (e al mercato).

 

L’alto valore della sua proposta è insito nella connotazione del terroir (dove tutto si gioca sul filo del rasoio) e per stretta conseguenza nella cura maniacale di tutti i passaggi produttivi, necessari per scongiurare il peggio. Qui uomini e donne hanno letteralmente trasformato le difficoltà in pregi; le lacune in opportunità; la marginalità in originalità; la freddezza in calore.

 

Sì, proprio così. Lo Champagne è un vino a sangue freddo, ma di temperamento caldo. Un vino che viene dal freddo e che di elementi freddi si nutre (l’acidità, l’anidride carbonica, i sali minerali), esprimendo per contro il calore dell’abbraccio di chi ci vuol bene. Calore affettivo dunque. E calore cinetico, non alcolico; calore dinamico, non statico; calore percepito, non reale. Calore carismatico, che lascia il segno senza bruciare.

 

Dicevo all’inizio di questa breve trattazione che gli Champagne esigono una lettura trasversale e approfondita da parte del bevitore: sono vini di traiettorie astratte e talvolta astruse che fanno giri immensi prima di svelare la loro indole, la loro cifra e la loro origine.

 

Sono in tal senso vini trasformisti, che a un certo punto della loro traiettoria evolutiva cominciano a mostrare inquietudini, testacoda, cortocircuiti: muoino e rinascono; si spogliano e si rivestono; si camuffano, si nascondono e si rivelano fino a tornare laddove sono nati. Luce erano e luce ritorneranno (prima o poi).

 

In più, governano il tempo con talento divino: giovani o vecchi, al sorso appaiono affascinanti, con il loro sguardo chiaro, il sorriso malinconico e quella silhouette elegante che dissumula l’incisività del  sapore con la leggerezza di chi osa sfidare la gravità.

 

Vini in cui genius forma e genius loci si intrecciano e si fondono fino a perdere piena identità tipologica, approdando a un’altra ipotesi di vino, a un vino non vino; un vino trasferito altrove, costruito per diventare qualcos’altro.

 

Io trovo miracoloso che un vino speciale; un vino tecnologico; un vino che molti paragonano a una bevanda da occasione; ecco, a me suona miracoloso che a un certo punto della sua esistenza quel vino siffatto si metta a respirare con i polmoni e il cuore di un atleta; non di un vino, proprio di un atleta.

 

Ed è ancora meno sospettabile che un vino studiato, sorvegliato, pettinato dall’enologia in modo quasi pedante, a un certo punto della sua evoluzione esprima tutto il caos creativo della vita. Eppure così è.

 

Si dice che niente è più fedele di un ricordo che resta: in tal senso lo Champagne, quello buono, quello di personalità, è il vino che più ti rimane addoso, dopo averlo scoperto. Il suo effetto alone dura quanto il nostro respiro.

 

E così si finisce per amarlo a prescindere. Se ne ama il ricordo che si lega al sapore, che diventa infinito, dunque in qualche maniera illusorio.

 

Del resto un vino non è mai solo quel vino: quel vino siamo un po’ anche noi. Dipende da come lo sentiamo, da come lo leggiamo, da come lo vediamo, da come lo beviamo. Dipende dalla nostra disponibilità a conoscerlo, a esplorarlo; dipende da chi siamo nel momento in cui lo scopriamo.

 

Nel mio caso incontrai lo Champagne in una fase di formazione e di curiosità, dunque di generosa accoglienza verso tutto ciò che fosse vino: da allora è rimasto al vertice della mia playlist del cuore. E non sono l’unico, a quanto pare.

 

Tutto ciò sembra suggerirci, al di là delle preferenze personali, che il carisma dello Champagne è fuori portata per molti altri vini al mondo. Una personalità che dà dipendenza. E più lo bevi, più lo berresti; più lo conosci e più vorresti conoscerlo.

 

Solo che come tutti i vini davvero grandi, anche lo Champagne non si rivela che in piccola parte, nascondendosi in quel mistero che appartiene alle cose che si possono solo sfiorare, come l’incanto delle stelle nelle notti di primavera, come l’alba luminosa dopo una notte senza speranza, come l’emozione che suscita il sogno. 


Francesco Falcone

Degustatore, divulgatore e scrittore indipendente.


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