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Borgogna in Bianco alla prova del tempo - Parte 2 di Duccio Armenio

  • Borgogna in Bianco alla prova del tempo - Parte 2 di Duccio Armenio

C’è sempre una certa emozione ad assaggiare questi vini così importanti e  rinomati, reputati ai vertici mondiali dell’enologia bianca; quando poi ci si mette il fascino del tempo, crescono anche le aspettative. Salto a piè pari molte delle considerazioni svolte dal vivo che hanno visto la vivace partecipazione dei soci presenti, sia perché non posso qui scrivere un’enciclopedia, sia perché…bisogna lasciare un po’ di curiosità ed invogliare ad aderire alle prossime degustazioni!

 

Siamo Partiti da Sud: ecco il primo terzetto.

 

 

1.  Chassagne Montrachet 1er Cru Morgeot 2006  - Domaine Ramonet

2.  Puligny Montrachet 1er Cru La Garenne 2007 -  Etienne Sauzet

3.  Puligny Montrachet 1er Cru Les Referts 2006 -  Etienne Sauzet

 

Vini ricchi, sostanziosi, di una forza granitica – preannunciata in tutti e tre da una veste dorata -  dove il corpo e la struttura l’hanno fatta da padrone e – che ve lo diciamo a fare – hanno superato tutti benissimo la prova del tempo. L’opulenza composta dal mix spezie dolci/frutta si è fatta sentire in tutti e tre, ma con toni diversi: il vino di Ramonet è stato forse quello cha ha meglio sottolineato questo stile in modo così completo e bilanciato, mentre nel match tra i due vini di Sauzet “La Garenne” si è fatto preferite per una maggiore spinta dinamica (era indubbiamente più fresco, ma anche più sottile) rispetto a “Les Referts” (di un solo anno più giovane) che è apparso un po’ più fermo e maturo, dote probabilmente apportata anche dalla posizione delle vigna e dalla sua natura “di riporto”, come dice il nome stesso.

 

    

4.  Mersault 1er Cru Genevrieres 2007 – Antoine Jobard

5.  Merasult 1cru Clos des Perriers 2010 – Albert Grivault

6.  Mersault Les Narvaux 2006 – Domaine Roulot

 

Francamente, ha deluso un pò il Genevrieres di Jobard: il vino – di veste dorata - è apparso maturone, un pò seduto, ancora buono da bere ma niente di più. Sembra che abbia dato il meglio, cosa che da una vigna di classe mondiale come questa, lascia sempre un po’ l’amaro in bocca. Esattamente al contrario, entusiasmante il Clos des Perriers di Grivault, già per le veste giovanissima (un giallo buccia di limone)   e per l’energica dinamicità sviluppata in bocca con una spinta fresca che giocava a tratti in modo “renano” con le note floreali, di agrumi e frutta esotica che non cessava di regalare: in una parola, fantastico. Les Narvaux di Roulot è stato un altro assaggio di gran soddisfazione: anch’esso ben più giovane dei 15 anni già trascorsi, ha mostrato bella freschezza e un’eleganza floreale, condita di cenni salmastri, con una bocca impressionante per compostezza e naturalezza e un finale di bellissima scia sapida. Il tocco appare delicato, ma la sostanza c’è tutta; se non fosse stato accostato al magnifico vino di Grivault, sarebbe spiccato di più.

 

 

7.  Corton Charlemagne Grand Cru 2001 Bonneau Du Martray

8.  Corton Charlemagne Grand Cru 2006 Bonneau Du Martray

9.  Margaret River 2001 Semillon Sauvigno – Pierro (intruso)

 

Nella prima edizione dell’assaggio borgognone in bianco, Bonneau Du Martray ci aveva tradito: il vino era ormai su una china calante e faceva rimpiangere chi, conoscendolo, sapeva cosa era mancato. Stavolta, però, la prova è stata grandissima: i due vini – uno di quasi 20 anni, l’altro che ne sfiora 15, erano incredibili: dal colore luminoso e chiarissimo (direi “nordico”), porgevano un naso austero, indecifrabile, con tonni marino salmastri, cenni floreali e qualche abbozzo di frutta (per lo più agrumi) tutto in divenire. Ma la bocca…la bocca ha sfoderato una sapidità marina, cenni di pietra focaia, i richiami fruttati (più evidenti nel 2006, cosa che ci ha permesso di distinguerli meglio) che tornavano a ondate successive. Insomma, la stessa compostezza per certi versi ritrosa che il naso preannunciava, ma che colpisce e affascina per la infinita serie di suggestioni che porge incessantemente, giocando tra freschezza e sapidità, tra ricchezza al palato e straordinaria bevibilità. Due stelle, due assaggi iconici senza se e senza ma. La decadenza ormai appalesata del vino australiano che gli abbiamo accostato (non svanito al naso e in bocca ma ormai evoluto in modo troppo spinto) ci ha ricordato che il tempo non può essere sfidato da tutti.

 

 

 

10.             Chablis Grand Cru Bougros 2010 – Domaine du Colombier

11.             Chablis  Premier Cru  Vosgros 2010 – Jean Paul et Benoit Droin

12.             Chablis  Premier Cru Mont de Milieu 2017 – Billaud Simon

 

Molto discussa la prestazione del Bougros  di Colombier: colore chiarissimo, un naso che ha regalato un frutto esotico straripante (imbarazzante la vastità delle opzioni da scegliere tra i descrittori), fiori bianchi e gialli a bizzeffe e una bocca molto “Chablis” fatta di sapidità e ancor più freschezza, tanto dinamica quanto incisiva: una veste quasi ”germanica” a me gradita (mi è piaciuto da matti), ma non da tutti (qualcuno nutriva aspettative di maggior austerità e minor istrionicità). Tutti d’accordo, però: vino eccellente senza se e senza ma.

 

 Serviti alla cieca, dei due Premier Crus è il Vosgros di Droin quello che denuncia la maggiore classicità: vino strepitoso, con ancora larghe prospettive di tempo, si rivela un po’ più asciutto nella veste odorosa (meno insistita la parte fruttata, più a fuoco quella floerale, con ricordi di erbe aromatiche e toni salmastri) e completo in bocca, ove si è mostrato molto equilibrato e lunghissimo, pur con la scia sapido-minerale a farla da padrona. Infine il Mont de Milieu 2017 di Billaud Simon:  alla cieca, sembra una via di mezzo tra i due vini precedenti, riuscendo a offrire l’avvolgenza e la golosità di beva offerta dal vino di Colombier senza però far dimenticare la compostezza tipica della zona. Dei tre è apparso non solo godibilissimo (per qualcuno anche un po’ ruffiano…)  nonostante la giovanissima età, ma anche quello più gastronomico e versatile negli abbinamenti.


Edoardo Duccio Armenio


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