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Alto Piemonte, ai confini del nebbiolo. Di Matteo Carlucci

  • Alto Piemonte, ai confini del nebbiolo. Di Matteo Carlucci

Il nebbiolo mostra sempre un fascino magnetico, così strettamente legato ad aree limitate e speciali. La mia preferenza assoluta credo vada alle colline del Barbaresco, mentre a Barolo trovo certo vini di grandissima stoffa, ma talvolta quasi "esagerati" nella materia e nell'attacco alla bocca, potente e forsennato.


Trovo più docili ma di grande fascino anche tante versioni di Valtellina Superiore, fra tutti dovessi spendere un nome farei quello di Ar.Pe.Pe., interprete che sa essere spontaneo e rigoroso al contempo nell'esprimere il potenziale dei suoi cru.


E poi c'è un territorio poco conosciuto, un po' dimenticato dalla storia e ridotto oggi a poche briciole di quello che fu, che è l'Alto Piemonte, con tante piccole denominazioni sparse lungo il fiume Sesia, custode di rare perle enologiche di fulgida trasparenza.

La vespolina e uva rara vengono in aiuto al nebbiolo, spesso a difficile maturazione in questi climi, specie nelle annate difficili. Sono uve comunque legate anche alla tradizione, per questo non solo previste come possibilità in tutte le denominazioni, ma rese obbligatorie (in percentuali comunque marginali rispetto al nebbiolo) nei disciplinari di Bramaterra, Fara e Sizzano.

L'Alto Piemonte si racchiude in un fazzoletto di colline ai piedi del Monte Rosa, dipanate lungo le sponde del fiume Sesia, che fa da spartiacque tra denominazioni e tra le province di Novara ad est e Vercelli e Biella a ovest.
Da non dimenticare le due denominazioni di ricaduta, dove è facile imbattersi in vini di facile approccio (anche economicamente) ma dotati di carattere e bevute dinamiche e saporite: Colline Novaresi ala sinistra orografica del fiume, Coste della Sesia sulla destra.



In questo areale i terreni sono molto variegati e sono alla base di nitide differenze nei vini che ne discendono, caratterizzandoli con diverso scheletro e timbro minerale, pur spostandoci di pochissimi kilometri per passare da un luogo all'altro. 

A caratterizzare gran parte delle zone, ed in particolare Boca, ma con riflessi anche in alcune zone di Bramaterra e Gattinara, il supervulcano del Sesia. Un vulcano attivo circa 300 milioni di anni fa, responsabile di potenti esplosioni in quell'epoca, si è andato poi fossilizzando e durante i movimenti di formazione geologica delle Alpi è stato trascinato in superficie, tra 30 e 60 milioni di anni fa, costituendo oggi un vero museo a cielo aperto per i geologi. 

Per noi che ci appassioniamo di vino rappresenta però un unicum per la definizione dei vini di queste zone.
Oggi in zona è facile trovare porfidi rosa, basalti, granitoidi, nonché una lingua di terreni di sabbie vulcaniche gialle e fini, che caratterizza quasi unicamente Lessona.
Nelle colline del novarese, in particolare su Ghemme, Fara e Sizzano, è più facile trovare in vigna terreni morenici, con riporti argillosi e fluvioglaciali (con silice, sabbie, quarziti e ciottoli). Qui i vini sono meno minerali ma più densi e intensi, maggiormente paragonabili al alcune versioni di Barbaresco e Barolo.



In tutte queste zone i terreni sono prevalentemente a reazione acida, spesso ai limiti per la coltivazione della vite, ma capaci di fare attingere fortemente la carica minerale presente, in particolare il ferro, che spesso caratterizza di tonalità dal rosa alle pietre e le terre dei vigneti. Per la mia esperienza è nei Boca e nei Gattinara che trovo più spesso quella traccia ferrosa, che negli esempi migliori si unisce ai caratteri delle uve disegnando note di arancia rossa. 

Tutto questo panegirico per introdurre le impressioni di una serata che ha visto in assaggio proprio i vini di queste zone. Per cercare di ampliare il più possibile la panoramica abbiamo incluso anche due denominazioni che si staccano da questa area, ma rappresentano un'altra chiave di lettura davero interessante del nebbiolo. Si tratta di Carema, microdenominazione in provincia di Torino, al confine con la Valle d'Aosta, dove troviamo attigua la DOC Donnas, sempre a base nebbiolo. In queste zone si parte da quote minime di 300 metri (i fondovalle) per salire fino ai 700 metri sui pendii di montagne a matrice alpina, prettamente moreniche e con minimo riporto di humus. Terreni poveri, dove campeggiano mirabolanti architetture di vigne, le topie (o pergole), con grossi piloni di pietra a reggere traverse di legno lungo le quali si arrampicano i tralci delle viti. Qui i vini sono spesso scarni, ossuti, lievi e montani. Il nebbiolo ne esce stilizzato e aereo, spesso innervato di acidità vibranti, sottile e raffinato nelle interpretazioni migliori. 



I calici susseguitisi nella serata hanno confermato una grande quantità di sfumature al variare delle zone, anche se è giusto ricordare che la mano del produttore entra sempre in maniera determinante, nel bene e nel male, a definire il vino. 

Ricordo la dinamica ossuta del Coste della Sesia 2013 di Colombera e Garella, ancora vivo nel fiore, gli anni hanno asportato il frutto che lo caratterizza in gioventù ed ora rimane un liquido nervoso e fresco, dal tannino aggraziato e sapore ben abbozzato.
Ben più carattere e trama nel Bramaterra 2013 della medesima cantina. Qui aumenta la quota di nebbiolo e aumenta l'incisività tannica, la bocca è ammantata da una sapidità rocciosa, il sorso è saporito e rigoroso, ben delineato da note di incenso e radici (liquirizia) che si mischiano a un frutto scuro. 

In fase interlocutoria il Gattinara 2015 di Nervi-Conterno. Chiuso, stretto su sbuffi minerali a tinte scure, in bocca non decolla e si scalda nel finale. Pare ancora un vino da comporsi bene in bottiglia prima di esprimersi, e qui abbiamo percepito poco la dinamica e il sapore di queste zone.

Foriera di assaggi illuminanti una mini-verticale di Lessona Omaggio a Quintino Sella di Tenute Sella. Se la bottiglia del 2004 aveva sofferto un tappo troppo ecco che ne ha pregiudicato la tenuta, le due annate seguenti hanno invece fatto fibrillare i nostri ricettori degustativi. Il 2006 era dinamico, sottile, ricamato, la sua acidità un guizzo argenteo, il sorso fresco come acqua di torrente, impreziosito da un tannino puntiforme ma di grande prospettiva, i suoi echi di frutti rossi freschi (ribes e lamponi) misti a fiori viola e piccoli accenni terziari si infiltravano prima all'olfatto e poi al palato con delicatezza di piuma, ma lasciavano il segno. La 2005 una bottiglia forse al suo apice di godibilità: sinuosa, dal tannino di velluto, polpa dolce di arancia, tabacco da sigaro fresco e carne. Sorso davvero elegante e sensuale.

A chiudere il viaggio sulla sponda destra del Sesia una vecchia annata, svelata solo dopo l'assaggio, per quasi tutti datata dai 10 ai 30 anni più giovane. Il Gattinara Riserva 1964 di Umberto Fiore mostrava tutto il suo profilo evolutivo di caffè, acciuga, boero, e una traccia di agrume scuro e tabacco. Il sorso qui era coeso e ancora dignitoso: il tannino un velo integratissimo, l'acidità una scia fluida che sorreggeva una fine scia metallica e appena salmastra. Vino ancora incredibilmente godibile. 

Resettiamo le papille con un salto nelle zone più estreme della serata. Donnas della Cave Cooperative de Donnas annata 2014, nervoso e raggiante, con una scodata appena calda, ma saporito di frutto, sottile nel tannino, succoso e godibile, poco cerebrale ma schietto e divertente. Da merenda.

A fianco beviamo il "vicino i confine", Carema 2010 Etichetta Bianca di Ferrando, campione di eleganza e complessità. Tutto sussurrato, tutto da cercare, un magnifico acquerello di nebbiolo: arancia e ferro, lavanda e ribes nero, con tannino finissimo, e un finale penetrante come un laser.

Torniamo in Alto Piemonte sulla sponda sinistra del Sesia, cominciando col Sizzano 2012 di Vigneti Valle Roncati. Vino impressivo, che subito colpisce per contrasto col precedente. Mette nel calice tanta polpa, un tannino irruento, polpa e sapore, un'acidità un po' scoordinata. Tante cose ma un po' rustiche nel complesso. Comunque un vino che vorrei volentieri a tavola. 
Più complesso e rifinito il Fara Riserva Ciada 2011 sempre di Valle Roncati. Qui l'evoluzione mostra le terziarizzazioni di chia, fiori viola macerati, accenni di Alchermes. Il vino ha un sorso morbido, autunnale ma affatto stanco, ben coeso nella sua dinamica, lungo e affascinante nel sapore, rifinito nel tannino. Bella bevuta.

Infine due vini da Boca, affiancando due annate molto diverse, come la fresca 2010 e la concessiva 2009. Un vino di dettagli intriganti il Boca 2010 Barbaglia, tra fiori di lavanda e canfora, sbuffi minerali sulfurei, agrume dolce di mandarancio. Anche qui finezza e ricamo, nella trama, nei profumi, nelle sensazioni. Altro vino di montagna nella sua essenza più eterea. 

Altra sostanza nel Boca 2009 Vigna Cristiana di Podere Ai Valloni. LE note evolutive parlano di cioccolato e tabacco scuro, cortecce, miele di castagno, arancia amara. All'olfatto ha complessità ed anche una intensità traghettata da una struttura più piena, che avvolge anche al palato, e traina con sapore e profondità verso un finale ricco e dai tratti minerali scuri. Due esempi così distanti e così coerenti con luogo d'origine e annata.

L'Alto Piemonte ci ha affascinato, fatto godere di inaspettate sorprese, finezze (tante) e potenza (più rara), paesaggi e territori che raccontano con franchezza, nella voce dei produttori più accorti, la bellezza e l'unicità di questi piccoli fazzoletti sperduti tra i boschi, dove le vigne regalano emozioni che il degustatore, o meglio il bevitore, non possono farsi sfuggire.

Matteo Carlucci

Sommelierdellasera


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